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Lavoro da casa e stress: cosa c’è da sapere sullo smart working

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I suggerimenti dello psicoterapeuta per gestire meglio le difficoltà che si possono incontrare nello smart working, ovvero il lavoro da casa. Dopo i primi tempi ci si abitua, alla nuova situazione, soprattutto se si crea un senso di familiarità con la routine da ufficio.

Nel giro di pochi giorni la maggior parte delle aziende italiane si è dovuta attrezzare per agevolare lo smart working, come disposto dai decreti ministeriali emessi a partire dal 1° marzo 2020 per far fronte all’emergenza coronavirus. Una situazione nuova per tanti lavoratori dipendenti, che improvvisamente hanno visto stravolgere la loro routine quotidiana.

Al di là delle ovvie riflessioni sulla necessità di lavorare da casa, cosa comporta questo a livello psicologico? Lo smart working o telelavoro aumenta oppure riduce il carico di stress da lavoro? E cosa si può fare per gestire questa novità al meglio? Per rispondere a queste domande abbiamo intervistato lo psicoterapeuta Roberto Pani, docente di Psicologia Clinica all’Università di Bologna.

Gli svantaggi dello smart working 

«Una delle prime difficoltà che mi vengono in mente riguarda la perdita del senso di appartenenza a un gruppo, tipica di chi è abituato a vivere otto ore al giorno in un contesto professionale ben strutturato – precisa l’esperto –. Il lavoro non è fatto solo di competenze tecniche, ma implica molte relazioni umane, che possono caricarsi di vari significati emotivi». Emozioni come il capirsi al volo con il collega, il lanciarsi un’occhiata di complicità, ma anche il trovarsi in disaccordo, vengono a mancare, e con esse il senso di essere inseriti in una squadra.

«A casa spariscono, inoltre, tutti quei “segni invisibili” che però rivestono un ruolo importante nella costruzione emotiva di un team: sguardi, sorrisi, linguaggi del corpo, modo di stare seduti e persino gli eventuali musi lunghi di tutti coloro che ci circondano.

Tutto ciò può destabilizzare, non solo perché ci catapulta in un ambiente che non ci appartiene, ma anche perché nello stesso tempo ci viene chiesto di essere presenti. È questa contraddizione a creare il senso di alienazione in chi si approccia per le prime volte allo smart working».

Non da ultimo, il lavoro da remoto rende molto labile il confine tra vita privata e vita lavorativa, soprattutto se gli impegni in casa sono tanti e con presenza di bambini.

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Cosa fare per evitare lo stress da lavoro nello smart working

«Per prima cosa bisogna ristabilire i contatti con i colleghi – suggerisce lo psicologo – dapprima con uno sforzo di immaginazione, e poi passando ad azioni concrete: in fondo anche gli altri si trovano a casa dietro il loro computer. Sembra banale, ma qualche battuta ironica via mail o telefono, che sdrammatizzi la nuova condizione, aiuta a scaricare il peso di una giornata apparentemente solitaria».

I suggerimenti pratici

«Le videochat, o videocall, in più persone contribuiscono a farci sentire non solo meno isolati, ma anche più responsabilizzati. Avere un appuntamento di lavoro virtuale obbliga, infatti, a curare il proprio aspetto e a rispettare un orario» – ricorda lo psicologo. A proposito della cura di sé, l’abbigliamento ordinato (anche se non necessariamente da ufficio), allevia la sensazione di abbruttimento. No alla trasandatezza, sì alla tuta, purché sia nuova – e perché no? – un po’ fashion.

Lo smart working richiede più concentrazione perché rischia di dilatare i tempi con il rischio di non rispettare le scadenze. Un aiuto pratico può provenire da una to-do-list, da compilare anche per i compiti più semplici, come ad esempio rispondere alle mail.

L’ambiente casalingo non è poi così smart? Una casa piccola, un computer non velocissimo, una scrivania improvvisata sono tutt’altro che agili. E ciò può aggravare lo stress da lavoro. «Il suggerimento è di creare un angolo professionale, anche se il tavolo dovesse essere quello del soggiorno. Ai pasti, il computer va chiuso come una cartelletta e riposto altrove, per poi essere ripreso nel primo pomeriggio. Meglio evitare di apparecchiare davanti allo schermo oppure di lavorare con il pc sulle ginocchia seduti sul divano o a letto. Sono i modi migliori per aggravare lo stress da smart working» – specifica il dottor Pani.

E i consigli più “spirituali”

L’angolo da lavoro è sempre un po’ impersonale? «Per ricreare il setting dell’ufficio si possono aggiungere oggetti simili a quelli che si hanno sulla scrivania (una tazza simpatica, un fermacarte di design, un gadget di un viaggio). Non saranno gli stessi, certo, ma aiuteranno a trovare quel senso di familiarità che alleggerisce la fatica mentale».

La stanchezza da lavoro da remoto si combatte anche dandosi degli orari: sforzarsi di chiudere il pc a un orario preciso è una regola da non sottovalutare. «Certo, ciò richiede di evitare distrazioni che allunghino i tempi di svolgimento: con un po’ di allenamento ce la si può fare, resistendo per esempio alla tentazione di sbirciare le notizie o i social network. All’inizio, inoltre, ci si può perdonare se non si riuscisse a terminare in tempo, ovviamente compatibilmente con le proprie responsabilità».

E se, nonostante, gli accorgimenti sullo smart working lo stress da lavoro dovesse perdurare? «A volte basta dare un nome a questa difficoltà per vederla in maniera relativa, e quindi riuscire a elaborarla, cioè a “digerirla”. Descrivere a sé stessi o a un collega cosa si trova di complicato nel lavoro da casa serve a ridefinire meglio tutti i molteplici aspetti del problema. Ed è già un primo passo per sentirsi più leggeri. Viceversa, se non si sa da dove provenga il disagio (non per tutti la fonte è la stessa), ci si sente peggio. Perché non aprirsi a quel collega con cui di solito ci si capisce al volo? La fortuna è che la tecnologia è dalla nostra parte!» – conclude il prof. Roberto Pani.

Fonti

https://ieeexplore.ieee.org/abstract/document/8016261
https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S016981411730361X

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