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Pubblicato il 21 Settembre 2020 | Ultima modifica il 9 Ottobre 2020

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Ansia da prestazione lavorativa? La carenza di vitamina D può essere una causa

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La vitamina D è una vitamina liposolubile, che in minor parte viene ricavata dagli alimenti introdotti con la dieta; per la restante parte, viene sintetizzata dal nostro organismo a partire dai suoi precursori attraverso l’esposizione ai raggi ultravioletti.

Essendo coinvolta nella regolazione del metabolismo del calcio, la vitamina D assume un ruolo fondamentale nel garantire la qualità ed il benessere delle ossa. Questo è il ruolo nel quale siamo tradizionalmente abituati a conoscerla.

Tuttavia, negli ultimi decenni, gli esperti hanno scoperto e studiato ulteriori funzioni, afferenti ad altri apparati e sistemi. La vitamina D contribuisce alla modulazione del sistema immunitario. La sua carenza è correlata alla genesi di malattie potenzialmente gravi (come l’asma) e di disturbi psicologici, fra cui l’ansia.

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L’ansia da prestazione lavorativa

L’ansia da prestazione lavorativa è una condizione sempre più diffusa. I ritmi incalzanti di lavoro che scandiscono la vita professionale dei nostri tempi ci chiedono di superare i limiti individuali, imponendo, direttamente o indirettamente, obiettivi sempre più impegnativi. In generale, questo aspetto promuove la sana competizione, valorizzando le capacità e l’impegno. Ma, quando enfatizzato, può innescare stati di profonda preoccupazione e manifestazioni d’ansia o depressione che impattano sulla prestazione lavorativa.

Per prevenire le diverse espressioni dell’ansia da prestazione lavorativa, è opportuno agire nell’ambito dell’organizzazione delle risorse umane. L’obbiettivo è creare un clima il più possibile sereno che vada a vantaggio dell’efficienza degli impiegati.

Uno dei disturbi correlati all’ansia da prestazione lavorativa è l’ergofobia, nota anche come ergasiofobia. Si tratta di una fobia persistente nei confronti del lavoro e di tutte le incombenze legate all’ambito professionale, un timore irrazionale verso le diverse circostanze che il lavoro implica.

L’ergofobia è causata dalla paura di non riuscire a sostenere il peso delle mansioni da svolgere e degli aspetti sociali riferibili alle interazioni con colleghi e capi. Questa fobia si manifesta con un persistente stato di ansia al lavoro, determinato dalla paura di commettere errori; anziché spingere al miglioramento degli standard della prestazione, produce paradossalmente l’effetto opposto, innescando un circolo vizioso che acuisce il malessere della persona.

Ansia e lavoro: le conseguenze

L’ergofobia rientra tra i disturbi d’ansia e può colpire anche persone che non hanno mai sofferto di questo sintomo. Spesso l’ansia inizialmente limitata alla prestazione lavorativa si estende anche all’ambiente domestico, in particolare nei periodi nei quali le scadenze professionali scatenano preoccupazione e paure.

L’ansia da prestazione lavorativa deve tuttavia essere distinta dallo stress legato all’ambito lavorativo. Mentre quest’ultimo rappresenta una manifestazione generica e transitoria, la prima costituisce un elemento che blocca completamente la persona, ne penalizza l’efficienza e si ripercuote anche nella vita sentimentale ed emotiva.

Le conseguenze professionali principali di questo disturbo sono:

  • Calo della produttività, determinato dai numerosi giorni di assenza per malattia e dalle uscite anticipate.
  • La tendenza ad allontanarsi dall’ambiente di lavoro, anche fisicamente, nasce dal comportamento disfunzionale che conduce all’evitamento dello stimolo fobico, percepito come minaccioso nonostante le rassicurazioni e la parziale consapevolezza che origini da paure immotivate e irrazionali.

Un aspetto che differenzia l’ergofobia dal semplice stress da lavoro; quest’ultimo non scatena fenomeni di evitamento ed è associato ad un reale esaurimento psico-fisico dovuto al carico eccessivo.

Nei casi più gravi, lo stress da lavoro assume le connotazioni del burn-out.

È anche importante sottolineare che l’ansia non è, di per sé, un sintomo patologico. Si tratta di uno strumento di difesa molto antico, che ha avuto importanti funzioni nell’evoluzione dell’uomo; ad esempio nel garantire un aumento della soglia di attenzione ai fini della protezione da eventi rischiosi e potenzialmente letali. Così come in passato, anche oggi l’ansia può rappresentare un valore aggiunto per la persona, quando non supera determinati limiti ed è adeguatamente gestita.

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Carenza di vitamina d e ripercussioni psicologiche

La carenza di vitamina D può causare:

  • Una riduzione della quantità di calcio presente nelle ossa e penalizza la qualità delle ossa. Gli effetti? I più noti e macroscopici sono il rachitismo nei bambini e l’osteomalacia negli adulti.
  • Per le ragioni sopra accennate, il maggiore rischio di carenza di vitamina D interessa le persone che vivono in zone caratterizzate da climi freddi, quelle con la pelle scura, quelle affette da alcune patologie che riducono l’assorbimento o la biodisponibilità del calcio (come l’obesità, le malattie del fegato, la celiachia e le malattie renali) e gli anziani.
  • Oltre a rivestire una funzione nell’assorbimento del calcio, la vitamina D attiva i geni che modulano il sistema immunitario e contribuisce al rilascio dei neurotrasmettitori (come la dopamina e la serotonina) coinvolti nello sviluppo e nel corretto funzionamento del tessuto nervoso.
  • La carenza di vitamina D potrebbe essere dunque alla base di manifestazioni psicologiche come quelle prodotte dal Disturbo Affettivo Stagionale (SAD), un disturbo dell’umore caratterizzato da sintomi depressivi caratteristici e che si manifesta soprattutto durante i mesi dell’anno in cui la luce del sole è più debole.
  • Inoltre, la carenza di vitamina D è stata correlata all’ansia in numerosi studi nei quali si è osservato un miglioramento delle manifestazioni ansiose a seguito della somministrazione di questa sostanza in particolari gruppi di persone. Più in generale, una carenza di vitamina D è spesso presente nei soggetti che presentano disturbi legati alla sfera emotiva.

Migliorare l’ansia integrando la vitamina d

Prima di ipotizzare l’integrazione di una carenza di vitamina D occorre rivolgersi al proprio medico per verificare il dosaggio di tale sostanza nel sangue.

Nel caso in cui sussistano le basi per una supplementazione, la raccomandazione principale è quella di garantirsi un’adeguata esposizione alla luce del sole.

In secondo luogo, è bene arricchire l’alimentazione dei cibi che ne contengono in misura maggiore, come alcuni pesci (salmone, sgombro, aringhe, tonno), le uova ed i cereali integrali.

Se il medico lo ritiene necessario, l’integrazione può essere condotta con farmaci specifici.

Nel caso di malassorbimento intestinale del potassio, può essere utile ricorrere ad integratori a base di fermenti lattici vivi ad azione probiotica, che promuovono il ripristino della corretta composizione del microbiota locale.

Fonti:

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