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Astenia e debolezza da Covid

Il COVID-19 potrebbe avere impatti sulla salute più importanti di quanto pensiamo. La guarigione dalla malattia, intesa come negatività al tampone nasofaringeo, non segna il termine alla sequela di segni e sintomi che affliggono i pazienti. Almeno, non in tutti i casi.

È stata, infatti, osservata la presenza di sintomi poco specifici ma molto impattanti sul sistema nervoso centrale. Astenia, dolori e debolezza muscolari e alterazioni dell’equilibrio del sonno non sarebbero elementi isolati, ma inquadrerebbero una vera e propria patologia, la sindrome da fatica post virale.

La manifestazione più diffusa e caratteristica fra i survivors delle forme cliniche gravi è la cosiddetta fatigue; termine medico che si utilizza per descrivere un senso profondo di stanchezza e astenia accompagnata da affanno, difficoltà a respirare profondamente e dolori muscolari diffusi, in particolare a livello toracico.

Uno studio effettuato da un gruppo di ricerca del Policlinico Gemelli di Roma e pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica JAMA ha preso in esame una popolazione di 143 pazienti che avevano superato la polmonite interstiziale da SARS-CoV-2 e manifestavano sintomi neurologici.

I ricercatori ritengono che uno scrupoloso follow up di questi soggetti sia fondamentale dopo le dimissioni.

Astenia da Covid: la debolezza è una conseguenza del virus?

L’astenia da COVID non è solo stanchezza, ma totale assenza di energia.

Una quota di pazienti che supera la fase acuta delle forme severe dell’infezione va incontro a difficoltà di memorizzazione, insonnia e a quella che viene descritta come una sorta di nebbia nel cervello.

Un deficit cognitivo che, al momento, non ha una spiegazione scientifica precisa. Il team guidato dal geriatra Angelo Carfì, coautore della pubblicazione sul JAMA, ha somministrato ai pazienti reclutati test psicologici per quantificare e valutare oggettivamente i sintomi neurologici.

I risultati esprimono performance inferiori a quelle attese per la fascia di età di appartenenza, ovvero quella compresa tra i 50 e i 60 anni.

La fatigue è una sequela frequente per molte infezioni virali. Disturbi come la sindrome da fatica cronica o l’encefalomielite mialgica sono spesso correlate ad una infezione virale, ad esempio da Epstein-Barr virus, il patogeno che causa la mononucleosi.

Queste patologie comportano sintomi analoghi a quelli descritti per la COVID-19; stanchezza che non viene alleviata dal sonno e dal riposo, dolore cronico, confusione mentale, insonnia, riduzione della capacità di memorizzazione.

La causa non è stata identificata con certezza: non si è ancora compreso se si tratti di un effetto dell’agente patogeno stesso o di una reazione autoimmune scatenata dal contatto fra il virus e il sistema immunitario dell’ospite.

Un’ulteriore conclusione cui i ricercatori sono arrivati esprime interrogativi inquietanti: l’infezione da SARS-CoV-2 potrebbe essere causa di aggravamento di un quadro clinico pre-Alzheimer in alcune persone.

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Astenia e debolezza da Covid: il caso SARS

Nel 2002-2003, quando il virus della SARS si diffuse nel mondo, furono osservati diversi casi di pazienti colpiti da conseguenze neurologiche dell’infezione. In particolare, in Canada, fu studiata l’epidemia che colpì la città di Toronto.

All’epoca 273 persone furono diagnosticate con l’infezione; ne morirono 44. Su 22 dei superstiti fu condotto uno studio, pubblicato poi nel 2011, che mise in luce alcuni aspetti clinici comuni, quali l’alterazione dell’equilibrio del sonno, la fatigue, il dolore diffuso e cronico, la debolezza ed uno stato depressivo generalizzato. Le medesime manifestazioni oggi osservate per COVID-19.

La ricerca riguardava una popolazione estremamente limitata di pazienti; per questa ragione, non è possibile trarre conclusioni statistiche. Inoltre, non ha incluso un follow up delle persone coinvolte. Pertanto, non è neppure possibile ottenere alcuna indicazione sulla probabile durata della sintomatologia.

Conseguenza del Covid: astenia, debolezza e stanchezza

Le spiegazioni delle sequele neurologiche della COVID-19 non sono ancora note alla comunità scientifica, che si interroga in proposito.

Una prima ipotesi è che sia lo stesso virus ad attaccare direttamente il sistema nervoso centrale. Questa teoria sarebbe supportata da considerazioni fatte a suo tempo per la SARS: il virus responsabile della malattia, un Coronavirus come il SARS-CoV-2, è stato isolato nei neuroni dell’ipotalamo e della corteccia cerebrale.

Un altro scenario quello prospettato dallo studio di Wuhan, l’epicentro iniziale della pandemia, pubblicato su JAMA Neurology lo scorso aprile. L’osservazione fu condotta su 14 pazienti con la malattia da Coronavirus: nel 36,4% di essi fu possible diagnosticare un coinvolgimento neurologico.

I sintomi a carico del Sistema nervoso centrale erano più comuni nelle persone che erano state colpite dalle forme più severe dell’infezione. In alcuni di essi i disordini della coagulazione avevano innescato veri e propri ictus. In altri si era constatata un’alterazione dello stato di coscienza, in altri lesioni ai muscoli scheletrici.

Quello che sembra chiaro, e che pare costituire una linea continua fra i diversi contesti considerati, è che le conseguenze neurologiche sono più comuni nelle forme gravi e nelle persone che soffrivano già di altre patologie considerate come predisponenti allo sviluppo delle forme severe. Tipico il caso dell’ipertensione.

Astenia da Covid: altre spiegazioni?

Un’ulteriore teoria contempla il concorso di più fattori.

L’astenia da COVID sarebbe scatenata o aggravata da un trigger rappresentato dalle ripercussioni psicologiche della permanenza in terapia intensiva, dell’isolamento, dell’aver vissuto in prima persona l’impatto dell’emergenza sanitaria. Un aspetto che nessun articolo, video o ricostruzione è in grado di rappresentare in tutta la sua drammaticità.

Ma alcuni esponenti della comunità scientifica internazionale hanno anche ventilato l’ipotesi che alla base della fatigue ci sia la fibrosi polmonare, esito della polmonite interstiziale, o un’alterazione cardiaca causata dal virus.

Fra questi Michael Marks, infettivologo alla London School of Hygiene & Tropical Medicine. Marks ritiene che la stanchezza profonda possa essere dovuta al rilascio di citochine, le molecole che il sistema immunitario usa per scatenare l’infiammazione utile ad eliminare il virus, ma che, in qualche circostanza, danneggia in maniera significativa anche l’organismo ospite.

La tempesta citochinica è proprio una delle conseguenze più temibili di questa malattia. Marks osserva che la sintesi di citochine non termina con la guarigione dall’infezione, ma che prosegue nella convalescenza.

Diversamente, il fattore responsabile della fatigue potrebbe essere la persistenza del virus negli organi.

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